Vorrei essere in grado di esprimermi. Vorrei essere in grado di disegnare, di dipingere, o di fare qualcosa mi permettesse di comunicarvi quanto fa freddo nel pozzo. Vorrei sedermi al tavolo, prendere un foglio e tracciarvi la tempesta, e l’ombra, e il freddo. Ma sarebbe uno scarabocchio completamente avulso dalla mia personalità, perché in fondo nella vita contano anche le abilità manuali.
Vorrei saper scrivere una storia, o forse no. Vorrei ricominciare a scrivere come sempre, a trasmettervi con queste piccole lettere messe l’una accanto all’altra quello che vedo. Come delle fotografie d’inchiostro. Istantanee di vita, di ricordi, di fantasia e pensiero.
"Forse scrivere significa colmare gli spazi bianchi dell'esistenza, quel nulla che si apre all'improvviso nelle ore e nei giorni, fra gli oggetti della camera, risucchiandoli in una desolazione e in un'insignificanza infinita" (C. Magris, Il Danubio)
mercoledì 23 febbraio 2011
Vorrei
martedì 22 febbraio 2011
….leggendo “L’anno dei dodici inverni”
Quell’uomo camminava da solo, un po’ invecchiato. Un po’ più invecchiato del solito. Più sciupato, più stanco. Fermandosi di tanto in tanto e dondolandosi, come se quel dondolarsi potesse liberarlo dalla noia o dai pensieri. Indossava un cappotto scuro, e osservandolo si chiese se quella ragazza sapeva che lui era un uomo che portava cappotti camminando lungo il lago, dato che mai si erano incontrati in quel posto e in quella stagione. D’altronde lui e quella ragazza non si erano mai incontrati nella realtà. Si erano amati fuori dal tempo e dallo spazio, se poi quello è amarsi. Ma forse si può dire il “loro / il nostro amore” anche quando è solo uno dei due ad amare l’altro, anche se in quel momento, mentre cercava di evitare le foglie umide, non sapeva dire chi fosse davvero quello innamorato. Si sentiva un idiota.
Un vecchio sciupato che con un cappotto da giovane si faceva domande su qualcosa che era successo trent’anni prima. O forse non era mai successo.