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mercoledì 31 ottobre 2012

Sonja

Un capriccio letterario, proveniente dal passato. il testo originale lo trovate qui; è del 15 ottobre 2008: un po' più di quattro anni fa, però l'umore è quello...

Devo dirvi da che romanzo è tratto??

Mi prostituisco, è vero. Cammino su e giù sulla Neva in un abitino svolazzante, che fa passare il freddo direttamente nel cuore, e il foglietto giallo in tasca. Li osservo passare tutti, uno a uno, alcuni li invito, altri li lascio percorrere la loro strada. Sono tutti diversi, tutti uomini a modo loro, ognuno con le sue voglie e i suoi pensieri. Fisso curiosa quei due gendarmi laggiù, uno bellissimo e l’altro intrigante, così così. Ma loro fermano solo le donne oneste, non si sporcano le mani, mordono a sangue le vite di quelle fanciulle, abbandonandole piangenti sulla riva, mentre lustrano la divisa e incartano bugie, barba ordinata e ipocrisia, carrozza lucida e falsità. Li temo, li schivo e li odio, a loro non venderò il mio cuore per un’ora. Anche se forse dovrei esser meno schizzinosa, mio padre è morto, ubriaco si è fatto investire da un carro, per il funerale non ci sono soldi. Ecco là uno squallido impiegato, in un cappotto di coniglio, glielo ruberanno, e morirà di influenza, più che una puttana sembro una Cassandra. Ecco l’onesto, corre via, manco vede le foglie cadere, e non vede in che inganno è immerso. Un altro ha commesso un delitto terribile, incomprensibile, inconoscibile, sconta la pena in una prigione senza sbarre in Siberia, e là lo seguirò, mica per altro, ma perché credo in lui e per redimermi, trent’anni non sono poi lunghi. Ne per una puttana, né per un eroe condannato, sporco e ubriaco"

mercoledì 24 ottobre 2012

23 ottobre 2008

Questa volta il post l'ho scelto d'istinto. La linea sottile è molto presente. Si tratta di un flash, un'istantanea di un momento banale reso "bello" dall'inchiostro. Il post originale lo trovate qui.




Il treno lascia piano la stazione di Asti, specchiandosi nel buio delle finestre dei palazzi circostanti. Mi piace viaggiare di sera, il tempo vola, in una dimensione diversa dal reale. Una bottiglia di Sprite rotola sotto i sedili, una ragazza la respinge con un calcio. Dei passi dietro di me, allungo la mano per tenere la borsa; è il capotreno, mi sorride comprensivo. Il treno riprende la sua corsa e si scontra con altri due, uno a destra e uno a sinistra. E incurante sprofondo nel sedile, con l’ipod. E non avrò paura se non sarò bella come dici tu….
Ma ora basta sporcare carta, siamo in arrivo a Torino Lingotto. E per una volta, nel buio, quasi mi dispiace

mercoledì 17 ottobre 2012

...per Sonia.

questo è un post assolutamente inedito. L'ho scritto il 3 agosto 2008 per la mia cuginetta.

Fin da bambina, mi sembrava che di notte fosse tutto diverso. è il lato oscuro del giorno, in cui meglio penso al lato oscuro della mia vita (vi giuro che non mi drogavo!!!). Di notte si ha più paura delle piccolezze, dei silenzi e dei rumori. Le torce di due uomini nel bosco diventano le candele dei seguaci di Lucifero; un uomo che passeggia ubriaco può essere un pazzo, una spia invasata, cosa ne sappiamo noi? 

Di notte si ha più coraggio. Con la testa tra le coperte si può pensare a una soluzione, si può mandare quel messaggio senza temere la risposta. Ovvio, non ti risponde perché dorme.Ci si può immaginare in situazioni terribili e inzuppare il cuscino di lacrime, si può sorridere ammirando la propria determinazione nell'affrontarle. Tutto è permesso.
Si può correre in macchina nel buio sentendo un brivido di fuggevole felicità sulla pelle e cantando insieme una brutta canzone. Si può bere una birra o un margarita appoggiando la testa sulla sua spalla, si può ridere di una stronzata o raccontare una cosa importante mentre la sigaretta finisce di bruciare nel posacenere.
Puoi telefonare avvolta in una coperta sul divano, nessuno ti può sentire, davvero. Puoi stare nel lettone a stringere la mano della mamma, per sempre.
Puoi fuggire, e assaporare una felicità nuova davanti al camino in una stanza chiusa a chiave, protetta da un bosco.
Puoi alzarti in punta di piedi, accendere lo stereo piano piano, e leggere il tuo libro preferito mentre il mondo dorme; o scrivere su quel tuo quaderno mentre con la coda dell'occhio controlli la fiamma sotto il pentolino.
Puoi camminare sulla riva del mare con i sandali in una mano, e con l'altra tenere stretto un bambino (e qui pensavo a Pietro).
Puoi stenderti su un tavolo a contare le stelle con uno sconosciuto, guardando a che ora spengono le luci in quel rifugio lassù. 

Puoi diventare grande, mentre pian piano viene l'alba.

mercoledì 10 ottobre 2012

L'uomo, la bambina e l'albero

Questo è un post del 3 maggio 2009, apparso già su questo blog. Rileggendolo, stavolta ho un po' di brividi. E un forte senso di rabbia e di fastidio. Vorrei tornare indietro, e non salire sul cavallo bianco, ma rimanere lì a guardare l'uomo. Perchè l'uomo c'era, c'è, ci sarà sempre. Ma è un'entità di cui ci si può fidare, a differenza del cavallo.

E qui forse mi sto addentrando troppo nei meandri della mia psiche e del mio cuore, definendolo entità. Eppure... se l'uomo qui descritto in realtà non fosse un uomo? Fosse solo il simbolo di ciò che sono, e del fatto che devo fidarmi di me stessa e delle mie capacità?...

Ad ogni modo, buona lettura. Fidatevi di voi stessi, e non del cavallo. Bianco si sporca. Oppure, è nero coperto di vernice bianca.

se vi piace la foto, date un'occhiata qui.

La bambina camminava veloce, a testa bassa, guardandosi le All Star blu con ostinazione, trattenendo le lacrime che bruciavano dietro gli occhi troppo truccati di nero. Ora correva, guardando i fili d'erba che pestava con le sue All Star blu bucate, simbolo di quel finto proletariato che è figlio del benessere. Non andava da nessuna parte, correva e basta, stringendo tra le labbra la delusione, l'amarezza, la rabbia, il dolore. Aveva creduto di partire su un cavallo bianco, stringendosi forte alla sua criniera, senza paura di cadere, e di non tornare più. Aveva creduto, e questo è peggio, di poter fare a meno di lui, delle sue parole, del suo affetto. Continuò a camminare e arrivò fino alla riva del fiume e si mise a guardare lontano, nella speranza che ci fosse. Invece c'era solo un albero, grande, che si stagliava nero contro sole. Socchiuse gli occhi, disperata. Li riaprì e laggiù, oltre l'albero, oltre la luce che andava a far il bagno nel fiume, in piedi, c'era lui. L'uomo.
Rimase ferma a guardarlo avvicinarsi, lentamente. . Sembrava fosse lui a portare la luce, sembrava ne fosse lui stesso la sorgente. Una luce fortissima al calar del sole. Eccolo, era arrivato, era lì vicino a lei. Con la mano scostò delicatamente i rami e la guardò negli occhi e piano piano sul suo viso sbocciò un sorriso. E nello stesso momento il rumore di un cavallo al galoppo risuonò nella pianura; la bambina respirò, felice, e gli balzò in groppa. Mentre si allontanava, si voltò a guardarlo. Sarebbe rimasto lì


(Foto di Alessandra, testo di Stelladineve)

mercoledì 3 ottobre 2012

L'uomo e la bambina, parte IV

Questo è il post numero quattro de L'uomo e la bambina: salto intenzionalmente il terzo, ma se volete potete andare a recuperarlo qui. Quello che vi propongo adesso è datato 17 gennaio 2009, e per la prima e unica volta si tratta della descrizione di una conversazione veramente accaduta, anche se non verbalmente: non ricordo se in chat o via mail. Ricordo i contenuti, ricordo la mia preoccupazione. Andai avanti per la mia strada, rafforzata dall'abbraccio metaforico e ignorando la sua disapprovazione, legittima. Avrei fatto meglio a darci più peso. Quell'inizio di ansia è stata all'origine di tanta fatica, di tante lacrime, di una gabbia neanche tanto dorata che mi ha portata, anche, a smettere di scrivere. Ma è un'altra storia.


L’uomo era seduto su una panchina accanto al fiume. Il suo sguardo si perdeva nella nebbia. Non fumava. L’uomo non fuma. La bambina arrivò piano, scivolando nella nebbia. Gli si sedette accanto e, parlando sottovoce, confidò solo a lui ciò che tanto la preoccupava, ciò che era andato a minare improvvisamente la sua nuova serenità. Confidò solo a lui quella cosa spaventosa, che le era così estranea. L’uomo taceva, e per la prima volta da quando lo conosceva avvertì intorno a lui l’aura di un giudizio, l’ombra scura della disapprovazione. Insieme si alzarono, e la bambina gli cinse la vita con le braccia e appoggiò la testa sul suo petto.Dopo un po’,riluttante, le circondò le spalle con le braccia, senza stringere. E lei, del tutto irrazionalmente, si sentì al sicuro.
(l’abbraccio è ormai formulare. L’uomo è sempre più alto)

mercoledì 26 settembre 2012

L'uomo e la bambina - Parte II

eccoci al secondo post proveniente dal passato! si tratta, com'è abbastanza logico, del secondo della serie L'uomo e la bambina. La data è 18 ottobre 2008. Il post originale è questo

Camminavano piano, l’uomo e la bambina, verso l’orizzonte. Lui le teneva la mano, con tenerezza, e di tanto in tanto, con la coda dell’occhio, la guardava; lei sapeva che lui la guardava.  L’uomo guardava le montagne di fronte a sè e cercava di vedere oltre, di superarle; la bambina osservava quelle montagne di cui conosceva a memoria il profilo serena, sicura, non sentiva il bisogno di superarle,non più. In tasca lei aveva un quaderno, lui una penna. Arrivati al limite del burrone, per la prima volta, l’uomo e la bambina si guardarono negli occhi, e lei molto lentamente gli cinse la vita con le braccia, stringendolo forte, e appoggiò la testa sul suo petto, solo per un attimo. Poi si girò e si allontanò con calma, piano piano, poi si mise a correre, e sparì. L’uomo rimase lì, solo, a guardare oltre le montagne. Sarebbe tornato

Rileggendolo, stavolta mi chiedo chi sia l'uomo di cui scrivevo. Forse non era più quello di cui ero convinta di parlare. Forse era qualcuno, o assomigliava a qualcuno, che avevo già abbracciato in quel modo. Forse era qualcuno che è tornato, che torna, che tornerà sempre.

mercoledì 12 settembre 2012

Il fardello - L'uomo e la bambina parte I

Eccoci al primo post proveniente dal passato. Per l'esattezza, questo arriva dal 19 marzo 2008.

"L’uomo,altissimo, stava in piedi, immobile, contro sole. La bambina gli stava di fronte, sorridendo dolcemente, frugandolo con gli occhi. Sorrise amaro l’uomo "tu non conosci il peso del mio fardello"; ancora sorrideva la bambina "lo conosco". Rise forte l’uomo, una risata che sapeva di scherno, di amarezza, di paura e di dolore. Gli disse lei "il mio fardello l’ho posato per terra, contro le porte della notte, perché non ci disturbasse. Tu usi il tuo per difenderti, per creare un muro, forse non lo conosco, ma avverto bene il suo peso." L’uomo allora smise di ridere, e con un sospiro attirò a sè la bambina. Poi, lei affrontò da sola il prato in salita, e lui intraprese la strada verso casa. Ancora non l’ha percorsa tutta. Ma se guardate bene, sono ancora lì, stretti contro sole, incapaci di capirsi, l’uomo e la bambina".

Il testo originale lo trovate qui. Si tratta di un gruppo di 3/4 post, quelli successivi sono tutti intitolati L'uomo e la bambina. I personaggi sono realmente esistenti, i fatti narrati no. La bambina sono io, e... beh, qui c'è la cosa interessante: mentre scrivevo, quattro anni fa, sapevo benissimo chi era l'uomo di cui parlavo. Oggi, guardando indietro, su alcuni post ho dei dubbi. Non so davvero a chi pensassi, tra le persone che avevano segnato la mia vita, mentre scrivevo. O meglio, credevo di saperlo.

Su quello che vi presento qui, che credo sia anche il più bello della serie, per fortuna non ho dubbi. è una persona che ho incontrato davvero, ma per mesi ho rielaborato con la fantasia. E allora... l'uomo del post che leggete oggi è bellissimo, tormentato, e perfetto. Non ho sbagliato: tormentato e perfetto possono andare insieme.