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martedì 31 dicembre 2013

La luce alla finestra–Lucinda Riley

TRAMA (da qlibri): Émilie de la Martinières ha sempre subito il giudizio di sua madre, regina indiscussa della scena mondana parigina. Ora ha trent'anni, ma la freddezza mascherata dal lusso e dagli agi con cui quella donna superficiale e distante l'ha cresciuta è un fardello ancora pesante da portare. L'improvvisa notizia della sua morte, tuttavia, risveglia in Emilie un groviglio di sentimenti contrastanti e dolorosi, soprattutto quando apprende di essere l'unica erede di un sontuoso castello nel Sud della Francia, un castello che nasconde le risposte a molti degli interrogativi che pendono sul suo passato: sarà un vecchio taccuino ritrovato tra quelle mura a metterla sulle tracce della misteriosa e bellissima zia Sophia, la cui tragica storia d’amore ai tempi della guerra ha segnato irrimediabilmente la sua famiglia. E perché all'improvviso continua a pensare a un uomo che ha appena conosciuto, proprio lei che si è sempre tenuta lontana dall'amore

Per il ciclo “non-toglietemi-il-mio-Kindle-e-il-mio-romanzetto-puccioso”, ecco l’ultima recensione del 2013: La luce alla finestra.

Per quanto riguarda i romanzi “leggeri” e di evasione, a tema amoroso ma non solo, Lucinda Riley è in assoluto la mia autrice contemporanea preferita. Non sbaglia un colpo. La struttura narrativa da lei delineata, con l’alternarsi tra passato e presente, coinvolge e cattura. Si fatica a staccarsi da ciascuno dei due piani temporali: arrivati al punto cruciale del presente, ricomincia a parlarti del passato, e viceversa, così che l’unica soluzione è leggere, leggere, leggere.

La vicenda del passato è ambientata negli anni della guerra, in quel sottobosco fatto di spie e di partigiani di cui abbiamo sempre l’impressione di sapere poco, e si muove tra Parigi e la campagna provenzale, dove finalmente la protagonista troverà la serenità che i suoi genitori non hanno potuto conoscere.

Lieto fine, quindi, come sempre in questi romanzi: ma non mancano le difficoltà, le battaglie, le perdite.

Il mio 2013 da lettrice si chiude così, alla fine di questo romanzo e a metà di La casa della gioia di Edith Wharton: proposito per l’anno nuovo è approfondire la figura di quest’autrice americana, e dedicarsi a qualche classico mai letto. Victor Hugo, e Proust.

venerdì 13 dicembre 2013

Riscoprire le Piccole Donne

Complice un filmetto, trovato per caso su Sky e guardato da metà in poi, ho deciso, tra metà novembre e i primi di dicembre, di dedicarmi alla rilettura delle Piccole Donne, intendendo tutto il ciclo, comprensivo di Piccole donne, Piccole donne crescono, Piccoli Uomini, I ragazzi di Jo.
Ho cominciato così, un pomeriggio, per gioco. Leggendo Piccole donne sulla storica versione di mia mamma, e gli altri su Kindle, siccome ho scoperto, con orrore, che i miei occhi sopportano a fatica la visione dei piccoli caratteri delle mie meravigliose edizioni Giunti, in cui possiedo Piccole donne crescono e Piccoli uomini. Quanto a I ragazzi di Jo, non ne ho una versione in casa. Da bambina, probabilmente, avevo letto solo dei piccoli passaggi.

Ho ricominciato, casualmente, proprio nei giorni successivi allo scoppio dello scandalo riguardante le ragazzine dei licei romani che si prostituivano. Scherzando, ma non troppo, devo aver detto che ritenevo - parzialmente, s'intende - la scomparsa dell'usanza di leggere Piccole donne la causa della degenerazione dei costumi.
Ho quindi postato su Facebook, in un gruppo dedicato ai libri, la fatidica domanda: "Si usa ancora far leggere il ciclo delle Piccole donne?" e, con mia grande stupore, ho ottenuto parecchie risposte affermative e una sola nettamente negativa, di una persona che dichiarava che nei romanzi della Alcott le fanciulle vengono educate al solo scopo di accalappiare un uomo, e che quindi non li avrebbe mai proposti alle sue figlie. Questa signora, che non conosco, ha probabilmente letto con scarsa attenzione, e non volentieri, i romanzi; tuttavia è stata forse questa stessa obiezione a far sì che mi dedicassi alla lettura con più impegno e più attenzione rivolta verso i messaggi educativi e morali che i romanzi trasmettono.
La mia conclusione è che, sia Piccole donne sia Piccole donne crescono, sono romanzi modernissimi, capaci di regalarci insegnamenti sull'importanza di coltivare il senso del dovere, di combattere i propri difetti, l'impulsività e, soprattutto, di innamorarsi con sincerità e di essere in grado di dividere, col proprio compagno, gioie e dolori della vita matrimoniale. Anche su quest'ultimo punto, la Alcott è modernissima: Meg e John si dividono i compiti, litigano, e riescono a ritrovarsi: nessuna delle tre è educata per "accalappiare" e compiacere il proprio uomo, anzi. Tutte sono esortate a coltivare la propria personalità e i propri interessi, e finiscono per avvicinarsi a uomini di classi sociali diverse, con i quali condividono un progetto importante.
Secondo me, è proprio perché per la Alcott è tanto importante lo sviluppo della personalità, il sapersi, nel caso, ribellare alle convenienze sociali e il saper vivere fuori dalla famiglia pur senza perdere i contatti con essa, che l'unica che finisce per soccombere, nella battaglia per l'autoaffermazione, è Beth, che - per quanto questo possa causarci tante lacrime - non può che morire.

Per quanto riguarda Piccoli uomini - che da bambina avevo amato moltissimo - e I ragazzi di Jo, sono rimasta parzialmente delusa.
Nel primo ritroviamo, sicuramente, una memoria di giochi infantili che si è persa per sempre, giochi che sarebbe meraviglioso poter recuperare, perché stimolavano la fantasia e l'autonomia, caratteristiche che ritroviamo difficilmente nei bambini di oggi. Manca però una trama, assente anche in I ragazzi di Jo: si susseguono tutta una serie di episodi, e il personaggio principale è sicuramente Dan che a differenza di Beth - che non si lascia andare all'azione - non riesce a trovare pace in nessuna attività, e finisce per trovarla anche lui, precocemente, nel sonno eterno.
Ma quello che manca, in questi ultimi romanzi, sono le tre sorelle che, da adulte, pur essendo rimaste straordinariamente "loro", non risvegliano lo stesso affetto incondizionato. 

In conclusione, voglio sottolineare come sia importante non solo far leggere, almeno i primi due romanzi, ma soprattutto spiegarli: insegnare alle bambine a non saltare i passaggi moraleggianti, e a spiegare come anche i continui riferimenti alla Provvidenza (tipici della cultura americana dell'epoca) siano riconducibili all'interno di un sistema di valori che non moriranno devono morire mai.


mercoledì 13 novembre 2013

Il bordo vertiginoso delle cose

TRAMA (da qlibri): Mentre sorseggia il cappuccino come ogni mattina, seduto in un bar nel centro di Firenze, Enrico Vallesi legge una notizia sul giornale: in un conflitto a fuoco con i carabinieri, è rimasto ucciso un rapinatore, da poco uscito di galera. Il nome della vittima riporta Enrico alla fine degli anni Settanta, al primo giorno di liceo, quando in una classe di quindicenni aveva fatto la sua comparsa Salvatore. più volte bocciato, turbolento, il compagno che gli aveva insegnato come difendersi dalla violenza della strada e superare a testa alta quel territorio straniero che è l'adolescenza. Ai ricordi di Enrico si alterna il racconto del suo ritorno nella città dalla quale era partito, quando non aveva ancora conosciuto gioie e delusioni del matrimonio e del suo mestiere di scrittore. Un ritorno a casa in cerca di risposte ai propri tormenti, per scoprire quello che tanti anni prima si era lasciato alle spalle, ma anche per capire cosa è diventata nel frattempo la sua vita.

Tutti presi a parlare di chi c’è in testa alla classifica dei libri più venduti – io per ora sull’argomento taccio, ma sono quasi tentata di leggerlo, il primo in classifica, perché ho la poco diffusa abitudine di voler conoscere prima di (s)parlare – non ci siamo quasi accorti di chi c’è subito dietro, in seconda posizione. Esatto, proprio lui, Carofiglio. Il fatto che sia in seconda posizione, e non in centesima, rende, secondo me, il panorama della letteratura italiana un po’ meno triste.

L’Enrico de Il borgo vertiginoso ha qualcosa in comune con Giorgio de Il passato è una terra straniera, e se vogliamo anche con il primo Guerrieri. Insomma, la trama di questo Carofiglio è un po’ meno “nuova” ed è, come per tutti i romanzi in cui non è protagonista Guerrieri, abbastanza esile. C’è lui, che non è né carne né pesce, e poi c’è quello che lo tira dalla sua parte, mentre lui nemmeno capisce bene cosa ci sia, da quella parte. Anzi, quando comincia a capirlo non gli piace, ma sta lì. E si ribella solo quando viene toccato nel suo intimo, altrimenti, probabilmente, andrebbe avanti così. Una storia di media vigliaccheria, o di ordinario egoismo. Di cui tutti, prima o poi, ci siamo macchiati.   Sì, perché Carofiglio è Autore nel senso pieno del termine, cioè “colui che accresce”. E cosa, accresce? Accresce la vita. La nostra, di noi che leggiamo i suoi libri. Perché il suo modo inimitabile di scendere nei particolari, nel descrivere le sensazioni, con quella ironia inconfondibile, sua, ci fa aprire gli occhi su cose che sapevamo, ma non volevamo dirci.

Un suo romanzo lo si riconosce dalle prime righe perché non solo scrive (molto) bene, ma ha stile, una cosa abbastanza rara nel panorama della letteratura italiana contemporanea. Con il suo stile, con le sue parole, Carofiglio ci prende e ci caccia a forza dentro la nostra vita attraverso quella dei suoi personaggi.

E allora si che “dopo l’ultima pagina il romanzo finisce”, e noi auguriamo tutto il meglio a Enrico, a Giorgio, e a Guido. Quello che sogniamo per noi.

venerdì 8 novembre 2013

Flaming - parlando di libri.

In realtà non so se si possa definire "flaming" il fenomeno che sto per andare ad illustrare. Il flaming è, da wikipedia, "l'espressione di uno stato di aggressività mentre si interagisce con altri utenti di Internet", mentre il "flame" è un messaggio "deliberatamente ostile e provocatorio".

Si tratti di flaming o no, comunque, mi sono resa conto che in nessun posto ci si scanna tanto quando sui forum / online o sui gruppi Facebook.

Uhm, forse sono stata generalista, cosa che odio. Vediamo di chiarire. Dove l'argomento è una "passione" neutra, che non ha ricadute sulla valutazione della persona appassionata / interessata all'oggetto, non ci si scanna, anzi. Per esempio, sono entrata a far parte di recente di alcuni gruppi / forum su coppette mestruali e contraccezione naturale (no, non sono incinta) e lì il clima è disteso, ci si aiuta, collabora. Ma secondo me, per il semplice fatto che non c'è nessun motivo per sentirsi l'una "superiore" all'altra. Io che uso la coppetta non sono certo migliore di te che usi i tampax, e viceversa.

Ma quando si comincia a parlare di argomenti / oggetti che possono, e badate bene ho detto possono, implicare una valutazione sulla persone che di quell'argomento è appassionata / fruitrice / ammiratrice, alé! Siamo nel pieno dello scompiglio, della guerra.
Scendo nello specifico, così ci ci capiamo meglio. Entrare in un gruppo Facebook in cui si parla di libri è un po' come scendere in un circo romano. E quando ci entriamo, non sappiamo se siamo gladiatori armati fino ai denti o schiavi inermi. Perché non siamo preparati alla lotta, non sappiamo cosa ci aspetta, non ce la immaginiamo neanche.
E invece la lotta c'è, ed è sanguinosissima. A colpi di ironie, frecciate, battutine e soprattutto, lasciatemelo dire, grandi spaccamenti di palle. Dai un consiglio di lettura, e quello che commenta dietro di te nega il valore del libro citato. E allora tu contrattacchi, perché nel fondo della nostra anima ci sembra che se attaccano i libri che leggiamo, definendoli sciocchi o troppo leggeri, attaccano anche noi, facendoci passare per donne di casa che non vanno oltre Intimità. E allora si scatena l'inferno, perché l'orda dei commentatori salta su, prende le parti dell'uno o dell'altro, tirando fuori vecchi post che io personalmente non ho letto...che poi mi sento sempre un pesce fuor d'acqua, non conosco nessuno di quelli là dentro, che invece si parlano e si citano come se fossero vicini di casa, come se andassero tutti i giorni insieme al supermercato. E a quel punto, ci si divide in tre categorie. Quelli che partecipano accaniti alla lotta, manco fosse una questione di vita o di morte, e secondo me lì davvero il gruppo, la discussione, lo spunto, vengono usati solo per sfogare un'aggressività che nella vita di tutti i giorni si è costretti a reprimer; persone che portano avanti la discussione per tre quattro giorni di fila, così. Ci sono quelli che si lamentano, che dicono che non se ne può più, che non è possibile che si passi il tempo a dare degli idioti a quelli che leggono Volo e Muramaki, o a litigare se siano meglio gli ebook e i libri, e continuano a lamentarsi a gran voce arrogandosi il diritto di starne fuori. Cosa che però non fanno mai.
E poi c'è la terza categoria, quella di chi dice la sua e poi, se la situazione degenera, preme il fantastico tasto "non seguire più questo post". Io faccio così, e non è né vigliaccheria né paura del confronto. E' solo che davvero, non ho tempo né voglia di star lì a difendere tutte le mie letture o la scelta di usare il Kindle. Che poi, ricordiamoci che uno dei diritti del lettore è quello di leggere "qualsiasi cosa".

Però davvero, se provassimo a rilassarci, a scambiarsi consigli con serenità? come non sei il voto che prendi a scuola non sei nemmeno il libro che leggi, grazie al cielo. Certo, non tutti possono / vogliono leggere Dostoevskij, e credo sia un loro diritto. Ma abbiamo anche tutti il diritto di leggere Fabio Volo (che a me personalmente non interessa) senza che tutti si coalizzino per darci dei cretini. Anche perché se non leggiamo, se non vediamo, se non tocchiamo con mano, come facciamo a dare un giudizio?
Conosco persone che ritengono le Cinquanta sfumature il miglior libro mai letto in vita loro, e allora sì, che posso farmi due / tre / cento domande sul loro livello culturale. Ma non ha senso spararci a vicenda solo perché abbiamo cominciato a leggerlo, o contemplato l'idea di prenderlo in mano.
Anche perché la lettura serve a quello. A sviluppare il senso critico, a imparare a "leggere" il mondo.  E come possiamo farlo, se senza conoscere attacchiamo ciò che leggono gli altri?

venerdì 11 ottobre 2013

Marina Bellezza–Silvia Avallone

TRAMA (da qlibri ): Marina ha vent’anni e una bellezza assoluta. È cresciuta inseguendo l’affetto di suo padre, perduto sulla strada dei casinò e delle belle donne, e di una madre troppo fragile. Per questo dalla vita pretende un risarcimento, che significa lasciare la Valle Cervo, andare in città e prendersi la fama, il denaro, avere il mondo ai suoi piedi. Un sogno da raggiungere subito e con ostinazione. La stessa di Andrea, che lavora part time in una biblioteca e vive all’ombra del fratello emigrato in America, ma ha un progetto folle e coraggioso in cui nessuno vuole credere, neppure suo padre, il granitico ex sindaco di Biella. Per lui la sfida è tornare dove ha cominciato il nonno tanti anni prima, risalire la montagna, ripartire dalle origini. Marina e Andrea si attraggono e respingono come magneti, bruciano di un amore che vuole essere per sempre. Marina ha la voce di una dea, canta e balla nei centri commerciali trasformandoli in discoteche, si muove davanti alle telecamere con destrezza animale. Andrea sceglie invece di lavorare con le mani, di vivere secondo i ritmi antichi delle stagioni. Loro due, insieme, sono la scintilla.

Meno duro e straniante di Acciaio, che mi aveva lasciato una dose eccessiva di amaro in bocca, Marina Bellezza è più vero, più vivo. Lì era Piombino, qui sono le montagne del Biellese. Due luoghi circoscritti, descritti nel dettaglio, e allo stesso tempo sfuggenti. Due luoghi “dimenticati”, lontani, due microcosmi.

Un cervo morto all’inizio, e un cervo vivo, che corre nel bosco, alla fine. Potrebbe essere, anzi è, questa la metafora su cui si regge Marina Bellezza. Tanti personaggi, e al centro loro due, Marina e Andrea. Le loro scelte di vita, inconciliabili tra loro, e così “diverse”, “strane”, all’interno di una società. Marina che sogna di andare a Sanremo, di essere famosa, cercando di cavalcare gli anni Duemila e il successo muovendosi all’interno di uno scenario di provincia che non potrebbe essere più “anni Novanta”. E Andrea? che sogna di vivere come suo nonno, e di avere una moglie che lo prega di “metterla di nuovo incinta”. Due personaggi del passato, e in mezzo un grande amore.

Da adulti impariamo che, il novanta per cento delle volte, l’amore vero non è quello sbattere di porte, quell’urlarsi contro per poi strapparsi i vestiti a vicenda all’aperto, quel piangere disperati in cambio di mezz’ora di felicità, ma viceversa è una cosa che si nutre di tranquillità, di serenità, di un giorno dopo l’altro. Eppure, nei sogni, noi facciamo ancora il tifo per gli amori disperati. E allora siamo lì, pagina dopo pagina, a pensare, a temere che Andrea e Marina non ce la faranno, che finiranno per distruggersi a vicenda. Eppure allo stesso tempo siamo lì, a fare irrazionalmente il tifo per loro, sperando che possano diventare adulti, nell’ultima pagina.

martedì 17 settembre 2013

Scrivere - Danubio - giorno 5

"Forse scrivere significa colmare gli spazi bianchi dell'esistenza,  quel nulla che si apre all'improvviso nelle ore e nei giorni, fra gli oggetti della camera, risucchiandoli in una desolazione e in un'insignificanza infinita"
                                                                                                                                                                                                                                     (C.Magris, Danubio)

Ecco,  ora so cosa rispondere a chi mi chiede perché scrivo.  Perché con me, il nulla è sempre dietro l'angolo.

domenica 15 settembre 2013

Danubio, Claudio Magris (e giorno 3)

Quando alla maturità di quest'anno è uscito Claudio Magris mi sono soffermata a rimproverarmi sulla mia ignoranza, sapendo pochissimo dell'autore in questione. Ma sono quei pensieri che ti attraversano la testa e via, anche perché prima e durante l'estate ho avuto poca voglia di impegnarmi seriamente sul fronte lettura.
Durante la nostra vacanza in Austria, Claudio Magris ha avuto occasione di tornare un po' alla ribalta nel corso delle nostre serate in albergo: eh già, perché la guida della Ciclovia del Danubio presenta, qua e là, alcuni stralci del celeberrimo Danubio di Magris, che ci hanno peraltro provocato fragorose risate.
Adesso, invece, mi è nata una sorta di curiosità, di matrice più seria, sia di conoscere almeno un'opera di Magris, sia di ripercorrere leggendo le tappe del nostro viaggio, di cui il fiume è stato protagonista.
Sicuramente, questo desiderio è alimentato anche dal fatto che adesso Stefano e io siamo lontani, e una lettura corposa non potrà che farmi compagnia.
Il Danubio da Maria Taferl

venerdì 30 agosto 2013

Recensione – “La verità sul caso Harry Quebert”

TRAMA (da qlibri): Estate 1975. Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, scompare misteriosamente nella tranquilla cittadina di Aurora, New Hampshire. Le ricerche della polizia non danno alcun esito. Primavera 2008, New York. Marcus Goldman, giovane scrittore di successo, sta vivendo uno dei rischi del suo mestiere: è bloccato, non riesce a scrivere una sola riga del romanzo che da lì a poco dovrebbe consegnare al suo editore. Ma qualcosa di imprevisto accade nella sua vita: il suo amico e professore universitario Harry Quebert, uno degli scrittori più stimati d'America, viene accusato di avere ucciso la giovane Nola Kellergan. Il cadavere della ragazza viene infatti ritrovato nel giardino della villa dello scrittore, a Goose Cove, poco fuori Aurora, sulle rive dell'oceano. Convinto dell'innocenza di Harry Quebert, Marcus Goldman abbandona tutto e va nel New Hampshire per condurre la sua personale inchiesta. Marcus, dopo oltre trent’anni deve dare risposta a una domanda: chi ha ucciso Nola Kellergan? E, naturalmente, deve scrivere un romanzo di grande successo.
Ovviamente, non potevo esimermi dallo scrivere qualche riga sul libro dell’estate, La verità sul caso Harry Quebert. L’ho divorato in pochi giorni, procurandomi tanta confusione e un po’ di mal di testa. Eh sì, questa non sarà una recensione positiva.
All’inizio, la storia comincia bene. Scorre fluida, in alcuni tratti fa sorridere, in altri proprio ridere. Ma dalla metà in avanti (o forse addirittura prima), si ha un crollo totale. Inizia un’affannosa ricerca di un modo per sciogliere il mistero, passando da un colpevole all’altro, arrivando a una conclusione a parer mio non solo deludente, ma anche non particolarmente convincente.
Inoltre, non credo si possa definire il romanzo particolarmente originale. La ragazzina pazza ricorda un po’, senza poterla assolutamente eguagliare, la Carrie di Stephen King, e il giovane deforme e problematico ricorda un po’ Julian Carax dell’Ombra del Vento.

domenica 16 giugno 2013

La cugina americana–F. Segal

Trama (da qlibri): Hampstead Garden, nordovest di Londra, è il quartiere della buona borghesia ebraica, ricca, istruita, liberal, solidale: tutti conoscono tutti, tutti frequentano tutti, tutti sono pronti a soccorrere chiunque si trovi in difficoltà. Adam e Rachel si conoscono da sempre, si amano dall'adolescenza, e stanno per fidanzarsi. La comunità segue l'evolversi della relazione da quando è nata, tutti aspettano il matrimonio, i figli. Tutto va come dovrebbe andare fino a quando, da New York, città di liberi costumi e strane usanze, arriva Ellie, la cugina di Rachel: bellissima, fragile, dolce, infelice, anticonformista. Ellie è una sopravvissuta, come tanti dei membri anziani della comunità: non ai campi di concentramento, ma alla morte della madre in un attentato terroristico in Israele, e alla conseguente decisione del padre di vagare per il mondo portando la piccola con sé. Tra Adam ed Ellie è amore al primo sguardo. Entrambi resistono, si evitano, si cercano, irresistibilmente attratti e irrimediabilmente divisi. Fino a quando Adam, avvocato nello studio del padre di Rachel, viene incaricato di risolvere la situazione incresciosa, pericolosa, che Ellie si è lasciata alle spalle a New York. I due sono costretti a incontrarsi, per lavoro, fino a quando una malattia di Ziva, la nonna di Ellie e Rachel, fornisce ai due innamorati impossibili l'occasione di infrangere le regole.
Sono certa che non mi piacciano i sequel, ma dopo La cugina americana di Francesca Segal mi tocca invece riconsiderare i remake, che mai avevo preso in considerazione. La cugina americana si rifà infatti, completamente e con grande precisione, a L’età dell’innocenza di Edith Wharton. La vicenda è trasportata dagli Stati Uniti a Londra, con una grande novità: i protagonisti appartengono tutti alla comunità ebraica. Scelta che all’inizio mi ha lasciato un po’ perplessa, ma piano piano mi ha convinta: la particolarità della comunità ebraica diventa un perfetto parallelo con la specificità di quella americana dei primi del Novecento. E a questo punto, la “cugina” non può che diventare, da europea d’adozione che era nel romanzo della Wharton, americana.
Ho letto svariate recensioni del romanzo, e quasi tutte negative. La cosa, devo ammetterlo, mi ha un po’ stupito. La trama non mi è parsa noiosa, anche se mi sembra sia assolutamente necessario leggere prima il romanzo della Wharton.  Certo, alcuni passaggi e alcuni dialoghi possono sembrare “ottocenteschi”, ma non dobbiamo dimenticare che la Segal fa riferimento a una comunità ben specifica, al cui interno vigono regole ben precise. E mi sembra che il romanzo arrivi, alla fine, a dimostrare che i sentimenti umani, così come le debolezze, sono eterni. Eterno il desiderio di trasgressione, eterno il bisogno, soprattutto maschile, di “sistemarsi”, eterno il coraggio delle donne.
In conclusione: è un romanzo che si lascia leggere, malgrado la lentezza della trama, ma non credo si possa pensare di coglierne tutti i significati senza aver letto (e amato) L’età dell’innocenza.

lunedì 10 giugno 2013

Entra nella mia vita – Clara Sanchez


TRAMA (da qlibri) Il sole estivo illumina la casa piena di fiori. È pomeriggio e la piccola Veronica approfitta di un breve momento di solitudine per sfogare la curiosità di bambina spiando tra le cose dei genitori. Apre una cartella piena di documenti, intorno a lei il silenzio, e spunta una foto. Veronica la estrae con la punta delle dita, come se bruciasse. Non l'ha mai vista prima. Ritrae una bambina poco più grande di lei, con un caschetto biondo, una salopette di jeans e un pallone tra le mani. Veronica è confusa, ma il suo intuito le suggerisce che è meglio non fare domande, non adesso che la mamma è sempre triste. Anno dopo anno, Veronica si convince sempre più che le discussioni e i malumori in casa sua nascondano qualcosa di cui nessuno vuole parlare. E che l'enigma di quella foto, di quella bambina sconosciuta, c'entri in qualche modo. Ma quando Veronica diventa una donna, decisa e tenace, non può più fare finta di niente. La malattia della madre la costringe a fare i conti con un passato di cui non sa nulla, un passato rubato che la avvicina sempre di più alla bambina misteriosa della fotografia. Ritrovarla è l'unica strada per raggiungere la verità. Una verità che, forse, ha un prezzo troppo alto. E quando Veronica trova la bambina, ormai una donna anche lei, capisce che la strada è tutt'altro che percorsa, che il mistero è tutt'altro che svelato. Ma soprattutto capisce che c'è qualcuno disposto a tutto pur di ostacolarla nella sua ricerca. Non le rimane che sé stessa, il suo intuito e il suo coraggio...
Clara Sanchez mi ha rotto le palle. Sì, ok, non è il modo di esprimersi, ma direi che rende bene l’idea. Avevo apprezzato tantissimo Il profumo delle foglie di limone, letto tra l’altro in un periodo difficile della mia esistenza, lasciandomi trasportare dalla trama e stupendomi di quell’orrore che si nascondeva sulle spiagge della Spagna. Eh sì, orrore, perché nel libro si nascondeva una denuncia, o meglio, come scrive l’autrice stessa nella Nota a Entra nella mia vita, le storie sono inventate ma “la realtà è storica”. Ho letto anche La voce invisibile del vento, un po’ annoiata dallo stile di scrittura, così simile al romanzo precedente. Ma con Entra nella mia vita, la Sanchez ha toccato il fondo. Stessa partenza (“realtà storica” – intento di denuncia), stesso meccanismo di narrazione a due voci, stesso stile narrativo incalzante, claustrofobico, ansiogeno. Stesse coincidenze astruse, stessi avvenimenti impossibili stessa scelta dei protagonisti di fidarsi delle persone sbagliate. Stesso mi fido – ma forse non mi fido – sospetto – o magari non sospetto più.
Ecco, io dei libri di Clara Sanchez non mi fido più.

giovedì 6 giugno 2013

L'acustica perfetta - Daria Bignardi.

Contrariamente al solito, ho scelto di non inserire la trama del libro di cui vado a parlare oggi. Mi sembrerebbe in un certo senso riduttivo: l'intreccio di base è in effetti semplicissimo, e raccontarlo finirebbe, a parer mio, per svilire la poesia di questo romanzo, per annullare le sue sfaccettature. Da lettrice di Vanity Fair, leggo tutte le settimane l'editoriale della Bignardi, ma non mi ero mai avvicinata ai suoi romanzi. Gli estratti di Un karma pesante e Non vi lascerò orfani non mi avevano entusiasmata, anzi. Ho trovato, per caso, L'acustica perfetta nella lista dei desideri Amazon di mia mamma (lista registrata con il mio account, ma nessuno è tecnologicamente perfetto :) ), e ho deciso di provarci.

Leggere L'acustica perfetta è una sorta di viaggio. Viaggio tra le pieghe della psiche umana, all'interno di un matrimonio, nella storia di due persone, vicine per tanti anni ma lontanissime. La storia di due vite che proseguono disgiunte, pur condividendo casa e figli. La fuga di Sara e la ricerca di Arno. Le bugie di lei, il suo essere complicata e problematica, e la reazione di Arno alla scoperta che il pragmatismo maschile non sempre è sufficiente. E la sua presa di coscienza di come stanno veramente le cose: che non basta credere di amare, per amare.

Una scrittura semplice ma coinvolgente, e il riuscitissimo esperimento di una donna che tenta il viaggio nella testa di un uomo: esperimento che avevo giudicato impossibile dopo Non ti muovere della Mazzantini, ma qui la Bignardi è perfetta, non cade né nel volgare né nel grottesco, fermandosi alla semplicità, alla concretezza. Che a noi donne, a volte, manca.

domenica 19 maggio 2013

Passare un giorno e mezzo al pronto soccorso è pesante per tutti. Anche per chi, come me, per fortuna, non ne aveva mai avuto bisogno. Adesso sembra sia tutto finito, ci vorrà tanto riposo e tantissimi antibiotici a rimettermi in sesto, ma il peggio direi che è passato.
Un maxi grazie alla mia mamma, che è rimasta tutto quel tempo seduta su quelle orribili sedie arancioni ad aspettarmi. La sua presenza è stata un conforto continuo, indispensabile. Non si è mai troppo grandi per aver bisogno della mamma.

E grazie anche a qualcun'altro, che tra le altre cose mi ha portato un libro, necessario per superare la giornata di oggi. Grazie... <3 p="">



martedì 14 maggio 2013

Recensione: “Quattro etti d’amore, grazie”– C. Gamberale

Chiara-Gamberale-Quattro-etti-damore-grazieTRAMA ( da qlibri): Quasi ogni giorno Erica e Tea s'incrociano tra gli scaffali di un supermercato. Erica ha un posto in banca, un marito devoto, una madre stralunata, un gruppo di ex compagni di classe su Facebook, due figli. Tea è la protagonista della serie tv di culto "Testa o Cuore", ha un passato complesso, un marito fascinoso e manipolatore. Erica fa la spesa di una madre di famiglia, Tea non va oltre gli yogurt light. Erica osserva il carrello di Tea e sogna: sogna la libertà di una donna bambina, senza responsabilità, la leggerezza di un corpo fantastico, la passione di un amore proibito. Certo non immaginerebbe mai di essere un mito per il suo mito, un ideale per il suo ideale. Invece per Tea lo è: di Erica non conosce nemmeno il nome e l'ha ribattezzata "signora Cunningham". Nelle sue abitudini coglie la promessa di una pace che a lei pare negata, è convinta sia un punto di riferimento per se stessa e per gli altri, proprio come la madre impeccabile di "Happy Days". Le due donne, in un continuo gioco di equivoci e di proiezioni, si spiano la spesa, si contemplano a vicenda: ma l'appello all'esistenza dell'altra diventa soprattutto l'occasione per guardare in faccia le proprie scelte e non confonderle con il destino. Che comunque irrompe, strisciante prima, deflagrante poi, nelle case di entrambe.
Scrivere una nevrosi, o scrivere per sfuggire a una nevrosi? è la domanda che mi sono posta leggendo questo romanzo della Gamberale, che ho amato forse di più di Le luci nelle case degli altri, che avevo trovato un po’ troppo lungo. La mia domanda è del tutto priva di malizia, anzi. Nasce dal profondo di una che per anni ha scritto per sfuggire alla solitudine, alle paure, alla soffocante chiusura di un vicolo cieco.
è un libro pieno di nevrosi, questo. Quella di Tea, e quella di Erica. E spesso ti trovi a chiederti quale ti faccia più paura. Un gioco di relazioni, di incroci, di intrecci casuali. Un seguirsi ossessivo, assurdo. Nevrotico. Ti viene spontaneo avvicinarsi a una delle due, viverne da dentro la vita, che la Gamberale - come quando raccontava di Mandorla nelle Luci - ti fa vedere dall’interno, usando espressioni particolari, poco letterarie ma efficaci, precise. Anch’io, come Erica, mi sono sentita per tanto tempo sottovuoto.
Un mix di assurdità e quotidianità, amore e dipendenza. Consigliato, tantissimo.

lunedì 29 aprile 2013

Recensione: “Io prima di te”– J. Moyes

TRAMA (da ibs.it): A ventisei anni, Louisa Clark sa tante cose. Sa esattamente quanti passi ci sono tra la fermata dell'autobus e casa sua. Sa che le piace fare la cameriera in un locale senza troppe pretese nella piccola località turistica dove è nata e da cui non si è mai mossa, e probabilmente, nel profondo del suo cuore, sa anche di non essere davvero innamorata di Patrick, il ragazzo con cui è fidanzata da quasi sette anni. Quello che invece ignora è che sta per perdere il lavoro e che, per la prima volta, tutte le sue certezze saranno messe in discussione. A trentacinque anni, Will Traynor sa che il terribile incidente di cui è rimasto vittima gli ha tolto la voglia di vivere. Sa che niente può più essere come prima, e sa esattamente come porre fine a questa sofferenza. Quello che invece ignora è che Lou sta per irrompere prepotentemente nella sua vita portando con sé un'esplosione di giovinezza, stravaganza e abiti variopinti. E nessuno dei due sa che sta per cambiare l'altro per sempre. "Io prima di te" è la storia di un incontro. L'incontro fra una ragazza che ha scelto di vivere in un mondo piccolo, sicuro, senza sorprese e senza rischi, e un uomo che ha conosciuto successo, la ricchezza e la felicità, e all'improvviso li ha visti dissolversi, ritrovandosi inchiodato su una sedia a rotelle. Due persone profondamente diverse, che imparano a conoscersi senza però rinunciare a se stesse, insegnando l'una all'altra a mettersi in gioco.

Divorato in un pomeriggio, tre ore, in un crescendo di ansia, commozione, curiosità. Uno dei più belli letti nel 2013, anche se all’inizio la storia mi pareva troppo vicina a Quasi amici.

Romantico, dolce, delicato. Ben scritto, scorrevole. Mai scontato. Commovente ma non patetico: non ho mai pianto, anche se l’angoscia e la malinconia mi serravano la gola. Perché i toni sono sempre sommessi, dolci, pacati, mai esagerati, mai carichi.

I personaggi sono tutti ben tratteggiati, quelli simpatici come quelli odiosi. Figure complete, da apprezzare o disprezzare.

Il tema trattato… beh, è impegnativo, molto. L’autrice non ci offre una chiave di lettura univoca, non traspare il suo parere. Dobbiamo decidere noi da che parte stare, cosa pensare, di fronte a quello che può diventare il dilemma della vita.

E il libro si chiude con una straordinaria immagine di pace, di quelle che solo l’amore sa dare.

domenica 28 aprile 2013

Recensione: “Gli ingredienti segreti dell’amore” N. Barreau

TRAMA (da ibs.it):  Le coincidenze non esistono. Aurélie Bredin ne è sicura. Giovane e attraente chef, gestisce il ristorante di famiglia, Le Temps des Cerises. È in quel piccolo locale con le tovaglie a quadri bianchi e rossi in rue Princesse, a due passi da boulevard Saint-Germain, che il padre della ragazza ha conquistato il cuore della futura moglie grazie al suo famoso Menu d'amour. Ed è sempre lì, circondata dal profumo di cioccolato e cannella, che Aurélie è cresciuta e ha trovato conforto nei momenti difficili. Ora però, dopo una brutta scottatura d'amore, neanche il suo inguaribile ottimismo e l'accogliente tepore della cucina dell'infanzia riescono più a consolarla. Un pomeriggio, più triste che mai, Aurélie si rifugia in una libreria, dove si imbatte in un romanzo intitolato "Il sorriso delle donne". Incuriosita, inizia a leggerlo e scopre un passaggio del libro in cui viene citato proprio il suo ristorante. Grata di quel regalo inatteso, decide di contattare l'autore per ringraziarlo. Ma l'impresa è tutt'altro che facile. Ogni tentativo di conoscere lo scrittore - un misterioso ed elusivo inglese - viene bloccato da André, l'editor della casa editrice francese che ha pubblicato il romanzo. Aurélie non si lascia scoraggiare e, quando finalmente riuscirà nel suo intento, l'incontro sarà molto diverso da ciò che si era aspettata. Più romantico, e nient'affatto casuale.
Ecco una nuova recensione, dopo tanto tempo. Lo studio e la stanchezza ti portano via il tempo per leggere, purtroppo. Ma questo romanzo si è inserito tranquillamente in un viaggio in treno, e nella sera prima di un esame.
La cosa più bella in assoluto di questo libro è la copertina, la peggiore è la protagonista. Aurélie non ha mai letto un libro in vita sua, e come se non bastasse agisce, pensa e parla come se avesse 15 anni. Ma d’altronde, cosa aspettarsi da una che, ribadiamolo, non ha mai letto un libro in vita sua?
La storia però è apprezzabile, si legge rapidamente e senza intoppi. Il protagonista maschile, André, è affascinante e acuto al punto giusto.
Nelle prime pagine del libro, avevo avvertito degli echi da L’opera di Zola, oltre che ravvisato nel personaggio di Claude, ex – fidanzato di Aurélie, dei comportamenti che erano tipici del grande Degas, oltre che Dickens. Peccato che questa linea si perda col passare delle pagine.

mercoledì 27 marzo 2013

Scriversi

E adesso è di nuovo il suo turno, Emmi, mi scriva. Scrivere è come baciare, solo senza labbra. Scrivere è baciare con la mente. 
D. Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord? 

lunedì 11 marzo 2013

Heidi

Ieri ho riletto Heidi, sul treno. L'ho scelto un po' per rilassarmi dopo aver passato due giorni a scrivere una tesina per l'università, e un po' perché avevo voglia di coccolarmi, di sentirmi un po' bambina, di lasciare che quelle pagine scorressero da sole, di riassaporarle piano, come un gioco dimenticato. Heidi è davvero l'infanzia, la televisione la domenica pomeriggio, la sigla alla tele, le caprette disegnate nei cartoni. E poi quel film, con quei paesaggi così meravigliosi e severi insieme.

Heidi... Heidi sono un po' io, lo sapete. Per carità, io in città mangio lo stesso, e non divento sonnambula. Sono solo un po' più tesa, bisognosa d'aria, di spazi aperti. è questo, essenzialmente, che manca ad Heidi a Francoforte: poter vedere le cime, i panorami ampi. A Torino, dalla finestra della mia classe, si gustava un colpo d'occhio sul Monviso bianco, ed era bellissimo. Heidi prova a salire sulla cima del campanile, ma sotto ci sono solo tetti e torri. Avrei voluto portarla sulla Mole, povera Heidi, o a Superga. Anche se non è la stessa cosa, è comunque qualcosa.
Di Parma amo tutto, ma non riesco a perdonarle questa piattezza esasperante, questo panorama di case, questa campagna tanto verde quanto piatta.
La montagna mi manca, sempre. Ogni giorno. Un po' come Heidi, mi dà quel soffio vitale. Mi rende quella che sono.

è stato bello rileggerlo, sentirmi un'adulta coccolata raccontandomi da sola la storia di quella bambina. E siccome sono adulta, e anche un po' "studiata", stavolta Heidi mi ha lasciato degli interrogativi, o meglio, quella meravigliosa cosa che i docenti amano riconoscere in noi studenti: la voglia di approfondire. Voglio soffermarmi sull'idea di sublime, che c'è. E capire quale sia, davvero, la fragilità di Heidi che la porta a stare così male, in mezzo alla case. Perché quella fragilità.. è anche la mia.

domenica 10 marzo 2013

Anna Karenina - Il fallimento

Quando si tratta di mettere da parte un libro importante, un classico, mi sento sempre in colpa. Ci ho provato tre volte, questa sono arrivata anche molto più avanti rispetto alle precedenti. Mi dispiace, ma io non ce la faccio a leggere Anna Karenina. Lo trovo... noioso, è brutto dirlo ma è così. Ero abituata alla lentezza narrativa di Dostoevskij, alle sue digressioni, ma le trovavo sempre universali, godibili, istruttive nel senso più completo del termine. Quelle di Tolstoj le trovo troppo legate al suo tempo, troppo particolari per essere interessanti oggi. Almeno, dal mio punto di vista.

Quindi, lo metto da parte per un po', poi si vedrà. Magari riuscirò a riprenderlo in mano e a finirlo, dopo essermi liberata dal giogo degli esami. Lo spero.

venerdì 22 febbraio 2013

...Assenza

.. Manco da un po', me ne rendo conto. Sto studiando tanto, senza mai un momento di tregua, con pochissimi pomeriggi a casa. Ho poco tempo per me, e per il blog. Ho letto Come inciampare sul principe azzurro e Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli. Mah.. non fosse per i dialoghi inverosimili e l'ambientazione inestitente sarebbero pure due libri che si lasciano leggere. Peccato siano IDENTICI.

Magari tra qualche giorno riuscirò a leggere qualcosa di più denso, lo spero.

Vi bacio, devo andare a studiare :)

domenica 17 febbraio 2013

Recensione: “Le affinità alchemiche”– Gaia Coltorti

TRAMA (da amazon.it):Giovanni ha diciotto anni, trascorsi quasi tutti a Verona, dove è nato. Una vita tranquilla, qualche amico e, ogni giorno, i lunghi allenamenti in piscina per prepararsi alle gare. Anche a casa regna la quiete: Giovanni vive solo con suo padre, notaio, in quel genere di grande appartamento abitato da due uomini che ogni donna può immaginarsi. Selvaggia ha diciotto anni, molte amiche e diversi spasimanti, vive sul mare e assapora l'estate appena iniziata quando sua madre le sconvolge la vita: si trasferiranno per ragioni di lavoro. Selvaggia cambierà scuola, dovrà ricominciare tutto da capo e lo dovrà fare a Verona, la città dove è nata e da cui proprio la mamma, tanti anni prima, l'aveva portata via, separandola dal padre e dal fratello gemello. Quando Selvaggia varca per la prima volta la soglia della nuova casa, Giovanni è rintanato in camera sua. Gli basta la voce di lei per capire che nulla sarà più come prima. Giovanni scopre quella voce come un regalo, ma al tempo stesso la riconosce, è un suono che vive da sempre dentro di lui: Selvaggia, la sorella perduta, è tornata nella sua vita, per sempre. Lei a Verona non conosce nessuno: solo Johnny - come lo ha subito ribattezzato - può farle da guida e tenerle compagnia nei tre lunghi mesi che devono trascorrere prima della ripresa scolastica. Selvaggia è bellissima, piena di fascino ma anche capricciosa fino allo sfinimento, croce e delizia per il fratello ritrovato. Presto tra i due si sprigiona un'elettricità, un magnetismo, un'affinità...

I motivi per cui ho letto questo libro non sono esattamente nobili. Ho letto l’intervista alla sua autrice su Vanity Fair e l’ho trovata antipatica e un po’ presuntuosa, di quella presunzione coperta di falsa modestia (spero mi perdoni, se mai dovesse passare di qua). Insomma, ho scaricato il libro per vedere quanto faceva schifo. Beh, non fa schifo.

L’autrice ha vent’anni, e l’ha scritto a diciassette. Tanto di cappello, assolutamente. Una storia controversa, provocante, destinata a far discutere. La storia di un incesto, raccontato senza volgarità, senza grottesco compiacimento.

I due personaggi principali, Selvaggia e Johnny, ci sono, eccome. Sono profondi, completi, ben descritti e soprattutto ben scritti. Quello che manca è lo sfondo. Mancano le città, Verona, Genova e Roma. Mancano soprattutto i loro genitori, che sono due figure di carta appena ritagliate, e assolutamente inverosimili. Peccato, davvero. L’autrice avrebbe potuto far di più, perché è in grado.

E’ un libro scritto bene, con uno stile molto personale, anche se a tratti un po’ ingenuo. La voce narrante è esterna, un narratore onnisciente senza volto che si rivolge a Johnny con il tuo e lo accompagna in questa storia di amore, dolore e perdizione. Una lingua che mescola stilemi alti, suoni arcaici a voci da fumetto, e a slang giovanili. Un mix che ho apprezzato, che non ho trovato né presuntuoso né lezioso, come invece ho letto altrove. Qua e là c’è qualche ingenuità, che credo nel prossimo romanzo della Coltorti non ci sarà più.

Però..c’è un però. Da metà in poi siamo stufi, la storia si trascina, non ci sono nuovi eventi, il supposto colpo di scena finale non è tale. La trama è piatta, incolore. Non si arricchisce, continua sempre uguale precipitando verso un finale scontato, che a quel punto i personaggi si meritano in pieno. Peccato, di nuovo, perché l’autrice ha tutte le carte per far di più, come ho già detto.                        Il vero mistero, a parer mio, è perché abbia scelto di raccontare una storia del genere. Non riesco a leggerci sotto nessun messaggio, niente di niente. Solo una provocazione che.. non provoca nessuna reazione. Nemmeno un sano disgusto.

Ok, questa recensione è negativa. Ma Le affinità alchemiche non è un brutto libro, e il linguaggio dell’autrice fa concorrenza a quello di scrittori più adulti e più affermati di lei.