Visualizzazione post con etichetta La linea sottile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La linea sottile. Mostra tutti i post

venerdì 31 ottobre 2014

Assenze

Passi intere giornate a non pensarci, a non volerti fermare su quella cosa, a ripeterti che è normale così, che tu stai bene. Ad autoconvincerti che non ti manca niente, che sei cresciuta così, andrai avanti in questo modo e poi morirai così, senza esserti fatta domande, senza aver analizzato la mancanza, senza ammettere che la mancanza stessa esista.

Poi ci sono momenti in cui non stai pensando a nulla di particolare, magari stai leggendo un libro, guardando un post su Facebook, o pensando a delle persone a cui vuoi bene. E all'improvviso... la mancanza di arriva addosso, ti colpisce tra testa e collo e ti ritrovi a guardare lontano fuori dalla finestra e hai una gran voglia di piangere, ma mica puoi cedere. 
E quello di cui ti sei autoconvinta fino al giorno prima - ammettiamolo, fino al giorno prima ma dall'ultimo momento di consapevolezza, non dall'inizio dei tempi - ti sembra una gigantesca stronzata.

Tutte palle, a me qualcosa manca eccome. Anche se attorno a me hanno sempre fatto in modo che la mancanza io non la sentissi.
Avevo letto da qualche parte che... non si può sentire nostalgia di ciò che non si ha mai avuto. 
Può essere che sia vero. Anche se non ne sono sicura. Se hai qualcosa, e poi lo perdi, almeno sai cosa significava averlo. Nei momenti di sconforto puoi tornare indietro con la memoria e cercare di colmare un vuoto, cullandoti tra i ricordi, chiudendo gli occhi abbracciata al cuscino rievocando un sorriso, un gesto, una presenza. 
Ma se tu quella cosa lì non l'hai mai avuta, non puoi. Puoi solo guardarti in giro, cercare di capire, provare a immaginare, e sentire un po' di sana invidia. Perché anche io vorrei provare e ricevere quell'affetto che deve essere diverso da tutti gli altri, unico.  Vorrei anche io sapere che c'è un'altra persona della quale potrò fidarmi tutta la vita.

Alla fine, anche i momenti di lucidità svaniscono e si torna nell'oblio. Ingoio le lacrime, non ci penso più fino alla prossima volta. 
E prometto a me stessa che prima o poi farò in modo che qualcuno, grazie anche a me, alle mie scelte, sappia cosa voler dire avere quella cosa lì.

Ci sono post ermetici, troppo. Che forse non andrebbero scritti, ma... quando lo si fa poi si sta meglio. E allora tenetemi così. 

lunedì 13 maggio 2013

Senza titolo.

Un'imposta lasciata socchiusa. Dimenticata, forse. O più probabilmente lasciata così apposta, per guardarsi negli occhi alla luce, e per non dimenticarsi che il mondo, fuori, continua a camminare. Vetri chiusi, però. Perché il mondo quando cammina fa rumore. E il rumore distrae, disturba. è bello tenersi per mano nel rumore. Ma anche poter, ogni tanto, rinunciare a combatterci. Alcuni suoni passavano lo stesso, attraverso i vetri, ma erano i  più belli. Quelli che non disturbano, quelli che ci sembrano "della natura", anche se non è proprio così. Quelli che riconosciamo sempre con piacere, che sentiamo "casa". Le campane della chiesa, anche se in chiesa non ci andiamo mai. I campanacci delle mucche, laggiù nel prato. Strano, come gli stessi materiali  possano produrre suoni così diversi.  Un rumore che ti trasporta lì, che ti fa gioire da lontano della brezza del pascolo, una brezza a cui, in circostanze normali, ti  avvicineresti affamata. E invece, rimanere lì. Ad ascoltare quei suoni, partire da quelli per costruire un discorso. Raccontarsi qualcosa che non ci si è ancora detti. Fare ipotesi impossibili, parlare per la sola gioia di farlo, senza uno scopo. Allungare una mano ogni tanto, per guardare l'orologio - pallido contatto con la realtà - o bere un sorso d'acqua. Tenendosi sempre per l'altra mano, stretti stretti. Con la certezza di essere stretti anche quando le dita dovranno disgiungersi, anche quando bisognerà aprire le finestre, quando il mondo entrerà nella stanza. 

martedì 23 aprile 2013

Trattenere le fotografie. Suggestioni d'estetica e d'amore.

Ho spesso avuto occasione di affermare che, se ne fossi stata capace, avrei disegnato invece di scrivere. Restituendo con pochi tratti l'istante che con la parola scritta ci metto tante righe a restituire, nella certezza che non è mai lo stesso schizzo che mi si è formato in testa.
E ricordare... anche il ricordo parte da un'immagine, sempre. Da cui si diparte tutto il resto: una sorta di fotografia da cui nasce un processo sinestetico di rievocazione, che coinvolge vista -  a occhi a aperti e chiusi - odorato, tatto, udito. Mi è capitato che qualche sensazione si risvegliasse a contatto con una musica, o un rumore. Ma il recupero cosciente del ricordo avviene sempre attraverso l'immagine. E allora, più che saperla disegnare, vorrei poterla stampare quella foto.
Ma l'unico modo che ho per non farla sbiadire, per non perderla, è, oltre a rievocarla, cercare di crearne delle altre, simili, da accogliere e trattenere con la stessa gioia. Con la consapevolezza che.. una uguale non ci sarà mai, che ogni momento vissuto non torna più.
E allora me la tengo nel cuore quella foto, e mi perdo in quello sguardo, in quel momento, in quella sensazione. Per sempre.

mercoledì 17 aprile 2013

Castelli di pietra - l'amore che va.

L'amore viene, l'amore va. Ed è vero, purtroppo. Per quanto possiamo combattere, impegnarci, cercare di essere tetragoni, pronti ad affrontare la sorte, le difficoltà, l'oscurità... non sempre vinciamo, e rimaniamo lì seduti sul bordo del fiume, ad osservare l'acqua che scorre, a controllarne il livello. Per poi riprendere sorridenti, come se niente fosse, anche se dentro si muore, una passeggiata sotto i portici di via Po, in un mix di passato e presente, di cose già dette, di storie diverse, di speranze perdute, di dolori sempre più laceranti.

E in un tutto questo c'è sempre la stessa figura un po' buffa, ma tanto affettuosa, che pensa, che riflette, che rimugina, che ci soffre, che scrive anche se nessuno glielo chiede.

E mi dispiace, che per te l'amore sia andato. Mi dispiace per il tuo sorriso che immagino spento, per il tuo passo morbido un po' meno lungo. Mi spiace per le parole che usciranno dalla tua penna, per le tue dita macchiate di lacrime e inchiostro.

E spero che tu possa ritrovare presto il sorriso, e fare nuovi progetti, e costruire nuovi castelli. Questa volta di pietra, la più resistente che trovi. Perché per te sogno un futuro luminoso, oltre le tenebre delle tue parole.

venerdì 12 aprile 2013

Atto di fede.

inciampa tra i rospi, bacia serpenti... (testo completo qui).

Fino a qualche mese fa, mi sarei tatuata questo passaggio da qualche parte, o l'avrei inciso su un gioiello da portare sempre con me, e non solo per l'affetto che mi lega a chi ha scritto questi versi pensando a me.

Ma perché pensavo che questo sarebbe stato il mio destino, di continuare a cercare di schivare i rospi baciando qualche serpente sulla via, priva della capacità di riconoscerli tutti come tali.

Adesso, invece... si apre una nuova fiducia, una nuova speranza. e una nuova sicurezza.

E la parola fiducia mi piace tanto, ma tanto tanto. Mi piace avere fiducia in te, mi piace che tu ne abbia in me. E mi impegnerò affinche sia così, più a lungo possibile.

vivere è un atto di fede
nello sbattimento
questo è il mio atto di fede
questo è un GIURAMENTO.

 

venerdì 5 aprile 2013

Condizionale presente (Alain Lanier)

In questi giorni in cui parlo tanto di scrivere, e di scriversi, è arrivato anche il momento di ri - scrivere, di ri - bloggare. Qualcosa di non mio, in realtà. Ma di qualcuno con cui per tanto tempo ho scambiato, confrontato parole. Imitandole, anche, a volte. E allora pubblico un suo post che mi è tornato nitidamente alla mente solo oggi, ma che in realtà mi ronza in testa da un po', soprattutto nelle sue ultime due strofe, dato il momento che sto vivendo.

Condizionale presente
Vorrei parlare con la gente, ma la gente non mi sente, in questo mondo di parole il mio parere è indifferente. 
Vorrei dolcezza in ogni cosa anche sotto le lenzuola, assolvendo Giove ed Era, condannando ninfea e viola. 
Vorrei Croco di speranza, come infuso di stupore, latte e miele in ogni stanza e ogni notte a far l’amore.


Grazie, Alain, per avermi prestato il pensiero! reinalain.wordpress.com

giovedì 4 aprile 2013

Chi ti lascia scrivere

Il desiderio, la voglia, il bisogno di scrivere fanno parte di me da sempre. Ho spesso detto di avere le mani perennemente macchiate di inchiostro, e chi mi conosce sa che è vero. Un po' come Trigorin nel Gabbiano di Cechov, mi guardo intorno sapendo già che rimetterò su carta quello che sto osservando, riutilizzandolo a mio piacimento. Piegandolo a metà, in tre, in quattro, per farlo stare nelle maglie del mio pensiero. E del mio stile, certo. Del mio modo di esprimermi.
Non sono io, se non scrivo. Se non mi verso nelle parole, se non invento, se non modifico un po' la realtà come piace a me per creare qualcosa di diverso, di nuovo. Perché scrivere è creare, è dare vita al mondo che si ha dentro. 
Nel 2007 ho scoperto di poter scrivere su un blog. E allora, a quel punto, scrivevo anche per mettermi alla prova, per essere osservata. Senza sentire mai il bisogno di spiegare cosa significassero le mie parole, anche se non ho ancora perdonato chi mi ha detto "dovresti imparare a esprimerti come una persona normale".
Poi, è successo qualcosa. Non ho mai avuto il coraggio di metterlo nero su bianco. Per un po' ho smesso, questo lo sapete tutti. Ma non ho mai detto perché. Ho smesso perché qualcuno me lo impediva. Per ottusità, per fragilità, per paura. Paura che nella penna e nei polpastrelli nascondessi altro, qualcosa che lui non poteva conoscere. 

E anche dopo che se n'è andato, ci ho messo tanto a ricominciare. A sentire l'inchiostro fluire di nuovo nelle vene, a vedere la vita che prendeva forma sullo schermo, o tra le righe di un quaderno. 
E quando è successo è stata gioia. E.. la gioia di scrivermi, di scriverSI, mi ha portato un grande regalo. Un regalo che... non solo capisce perché scrivo, ma apprezza che lo faccia. Non so se sempre capirà le mie parole - a volte non le capisco nemmeno io - ma so, con certezza, che mai arriverà a temerle. 
E con la penna in tasca, sono un'adulta che guarda un adulto negli occhi. Finalmente io, finalmente libera. Perché scrivere è la mia libertà. E anche l'amore, questa volta, è libertà.

mercoledì 27 marzo 2013

Scriversi

E adesso è di nuovo il suo turno, Emmi, mi scriva. Scrivere è come baciare, solo senza labbra. Scrivere è baciare con la mente. 
D. Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord? 

martedì 26 marzo 2013

Scrivere l'inizio - elogio della preterizione

è strano, ma è così. Scrivere la fine è più facile che scrivere l'inizio. Anche raccontare andando di fantasia,  attingendo a esperienze passate quel tanto che basta per dare al racconto un tocco di verità, è semplice se i ricordi che fanno da serbatoio sono dolorosi, o quando meno tristi, un po' malinconici, velati di negatività. Si usa la scrittura come valvola di sfogo, o con l'intento di far commuovere, e il patetico è sempre dietro l'angolo, ingrediente tanto efficace quanto semplice da usare.

Ma raccontare l'inizio è un vero casino. Si fa fatica a razionalizzare le emozioni, a incanalarle. Si ha voglia di tenerle per sé e di raccontarle nello stesso momento. Non si spiega cosa si prova ad aspettare per due settimane qualcuno che non si è mai visto, accompagnarlo da lontano in un viaggio sentendolo così vicino. Non si descrive l'ansia di incontrarlo, il timore di non essere simile alle parole in cui ti sei versata. La paura che il tuo viso e il tuo sorriso non facciano rima con ciò che hai scritto. E ancora, non si racconta la gioia di trovarsi esattamente uguali a ciò che si era sperato, e l'emozione di sentire un discorso come nessuno te l'ha mai fatto e saperlo rivolto proprio a te. A nessuno puoi dire come ti manca il respiro al primo bacio, e quanto è bello scoprire che continua a mancarti per tutta la sera. E tanto meno puoi spiegare la felicità di vederlo lì tornando a casa, e di incominciare a sorridere sentendoti al mondo, stanca ma qui, e felice di esserci, e sicura di non volerti staccare.

Insomma, non si può scrivere l'inizio. ;)

domenica 17 marzo 2013

Fuori dal finestrino

Arriva un momento, quando cala il buio, in cui non riesci più a vedere fuori dal finestrino. Non vedi altro che il tuo riflesso specchiato nel vetro sporco. E la tua faccia, lì nel vetro, è un po' più stanca di come vorresti, i capelli sono sempre meno a posto di quanto speri, e la tua abbronzatura proprio non si vede. E poi, dal finestrino si irradia una forza misteriosa, sconosciuta, che ti trascina fuori. O forse dentro, giù giù in fondo ai tuoi pensieri, alla tua immaginazione. E non c'è più nient'altro, nessuno di fianco, Van de Sfroos ti canta invano nelle orecchie. Tieni il telefono in mano, leggi frammenti di conversazione senza vederli, e intanto ti perdi nel vortice infinito. E mescoli tutto, nel buio. Senza motivo, ci metti dentro anche il giorno della tua laurea, i capelli così lisci e la camicia che ti sembrava troppo bianca. Quei fiori così rossi, quelle strette di mano così calde. Mischi una passeggiata estiva a una vacanza al mare, emozioni sulla neve a un litigio avvenuto non ti ricordi nemmeno più perché. Un libro lasciato a metà a un film visto più volte.
Mischi tutto questo e molto altro, in un unico preparato, mentre il treno corre nella notte, divorando la pianura (chi trova la citazione?). Si amalgama tutto, le risate di una bambina con i pianti di un'adolescente. Formule matematiche dimenticate, o forse mai imparate, e una filosofia tanto amata. Libri di scuola e quaderni di appunti, e un blocco speciale solo mio, che nessuno ha mai preso in mano. Tutto sprofonda nel vortice nero. E sopra tutto questo, un'aspettativa dolce. Una curiosità mista a timidezza. Vi riconoscerete, dopo aver scritto tanto?

E poi, il treno rallenta. Appena in tempo. Sei tu, sei sveglia, è domenica, è ora di scendere. E prendi coscienza di ciò che ti circonda. Quel ragazzo col piercing e la felpa verde che dorme con la testa reclinata all'indietro. L'uomo seduto davanti a te, col completo gessato. E quasi ti dispiace, in quel momento, scendere e lasciare i tuoi pensieri sul sedile. Tutti, tranne uno.

venerdì 15 marzo 2013

Scrivere la fine.

A volte, si sente il desiderio di mettere la parola fine a un racconto, senza nemmeno averlo scritto tutto. Senza nemmeno averlo vissuto tanto bene, nel senso di... del tutto, ecco. Non so perché scrivo oggi questa "fine", questa "conclusione" , che si situa nell'eterea ed eterna linea sottile tra vita e racconto, tra realtà e fantasia, tra vero e finzione. Tra spaghetti e condimento, anche.
Forse perché.. oggi mi sento nella disposizione di fare un bel post, e un bel post non ha necessariamente per oggetto un argomento allegro. Anche se... il desiderio di tornare indietro solo con la fantasia, e mettere la parola fine in fondo a un brutto manoscritto abbandonato a metà, in fretta e furia, forse è una cosa bella, indipendentemente da cosa si raccontava in quel manoscritto.

Accadde di sera, inaspettatamente. Lo strano si sfilò la maschera, al termine di un discorso faticoso, pieno di pause, di silenzi, di scuse e giustificazioni. Di suppliche e di speranza: di sfangarla, di attirare il topo nella trappola, di vivere di falsità e menzogne, comode bugie in una realtà troppo in salita, per uno come lui. Agli occhi della bambina, il suo sorriso caldo e amorevole divenne una smorfia. Le sue mani, fonte di gioia, di brividi e emozioni, sembravano ora solo gli artigli di un predatore. L'affetto era disprezzo, l'attrazione disgusto, le risate lacrime. In un attimo, tutto si era spento, morto, concluso.

Accadde di giorno, di colpo. Una mattina d'inverno, durante una discesa. Il vento fischiava sotto il casco, la cinghia del marsupio frustava con forza la giacca della bambina che correva con gioia, piega - distendi - inclina verso valle e un'altra curva e poi un'altra e un'altra ancora. E all'improvviso, il mostro spuntò da dietro la roccia. E non era più un mostro. Era un uomo, con una faccia, delle mani, un sorriso. Niente artigli, niente volto mostruoso. Un uomo bello, un involucro vuoto, ma un bell'involucro. Che visto così, nell'immensità, suscitava un po' d'affetto per ciò che era stato, risvegliava ricordi piacevoli, e cancellava rabbia e rimpianto, lasciando appena spazio a un po' di pena. Una curva larga, e si sorrisero. E lui in quel sorriso era ancora un po' un mostro, forse. Ma la bambina decise di non guardarlo, perché in quella curva, e in quel sorriso, era sorto un bel ricordo, che era accettazione di sé, dei propri errori.
E il bel ricordo era la fine.
E bisogna mettere la parola fine, anzi, bisogna scrivere di averlo fatto. Perché farlo, e prendere atto di averlo fatto, sono due cose diverse.

La donna posò la penna e spense l'ultima sigaretta, mentre i ghiacciai s'inondavano di sole. E rimase lì, a guardare con desiderio la discesa, senza temere la salita.


giovedì 14 marzo 2013

Sorridere.

Ci sono certe giornate in cui...dentro sorridi, anche se fuori sei tanto stanca. Sorridi anche se hai mille cose da fare, anche se il tempo non basta mai, se quando vai a dormire è già domani e sai che la sveglia suonerà troppo presto. Sorridi anche se tutto si complica, se basta un tassello fuori posto a far saltare quel fittissimo programma della giornata che non prevedeva intoppi. E il sorriso ti fa venire voglia di mettere il cappotto fucsia al primo raggio di sole, anche se sai che poi tremerai di freddo. E riguardi le foto di Parigi, e ti piacciono quelle in cui sei più bambina, più dolce, venuta male ma inequivocabilmente tu.

Sorridi comunque, anche se sei a piedi, con jeans e scarpe pulite, e devi guadare il lago che si forma davanti all'ingresso dell'Università, sorridi anche se intanto tra i denti maledici il famosissimo architetto che si è occupato di quell'area. Sorridi anche se ti tocca asciugare la sella della bici col fazzolettino dopo il diluvio, e sai benissimo che niente l'asciugherà meglio dei tuoi jeans.

Fa sorridere, aver voglia di precipitarsi a casa di un'amica per raccontarle una cosa, e osservare le sue reazioni, e ridere ancora più forte.
Fa sorridere, vedere qualcuno rasserenarsi alle tue parole, e costruire una nuova amicizia in un italiano un po' strano mischiato a un francese stentato.
E fa sorridere, tornare a casa alla sera e chattare con una persona nuova, confrontarsi, prendersi in giro.
E fa sorridere, guardare i tetti di Parma e intanto pensare alla città di Mirò.

venerdì 1 marzo 2013

Piazza grande

Ascoltare Lucio Dalla, oggi, mi getta dentro una malinconia immensa. Soprattutto Piazza grande, che dopo aver appreso la notizia su Internet avevo ascoltato tutto il pomeriggio. E anche alla sera, e quindi mi era rimasta in testa. Non le parole o la musica, ma l'atmosfera, l'aria che tira in quel pezzo. E non posso più riascoltarla senza commuovermi, senza andare indietro con la mente all'anno scorso. Perché il giorno dopo, il 2 marzo, nel più assoluto silenzio, è scivolato via anche il nonno.

E io, sul treno, con la testa appoggiata al vetro, guardando i binari che si incrociavano, che si scambiavano, ascoltavo con l'ipod Piazza grande, e cercavo di sconfiggere il silenzio più fragoroso del mondo.

venerdì 8 febbraio 2013

... scrivere come disegnare.

In tanti anni che vengo qui col treno, non mi ero mai accorta che esistesse quell'angolo. Non mi ero mai girata al momento giusto per fermare sulla retina quel pezzetto di mondo. Per portarlo all'esistenza, all'interno della mia conoscenza. Un ponte strano, moderno, sostenuto da due funi collegata quell'anfratto protetto da uno sperone di roccia alla civiltà. Poche case. Due, o forse quattro. Un uomo anziano, alto, appena curvo, con una giacca a vento viola, di quelle che andavano vent'anni fa, cammina in salita, sul bordo del precipizio, sull'acciottolato. Spinge una carriola. Guardo meglio, non è vero. Non spinge nulla. In un disegno, ci sarebbe stata bene una carriola. Sarebbe rimasto fermo lì, a spingerla, per portare il mangime alle galline, o ai conigli, o che so io. Non ha una moglie. Non è morta, non se n'è andata: semplicemente, nel disegno non c'è posto per lei.
Se ne fossi capace, forse, disegnerei al posto di scrivere. Farei dei piccoli schizzi. Ma non mi riesce, allora scrivo, e forse in fondo è uguale. O forse no, perché devo sforzarmi di più, per farvi vedere.E aggiungo, e tolgo, e correggo. E faccio vivere per sempre quell'uomo sulla carta, nel suo villaggio. E allora questa carriola... CE LA SCRIVO!


C'è un grappolo di case, tra la stazione di Bard e quella di Verres. Tra la montagna e la Dora, tra la roccia e l'acqua. Lì vive un uomo, vecchio. Cammina curvo, ma non troppo. Ha una giacca viola, fuori moda, e una carriola piena di niente. E rimane lì, in eterno, a spingerla in salita senza sforzo, fermato per l'eternità, accanto al parapetto, sopra il precipizio.

Lo vedete?

martedì 5 febbraio 2013

....

A volte succede, che qualcuno entra nella tua vita un po' per caso e tu non riesci a capire com'è veramente, a cogliere quanto vale. E allora te le lasci sfuggire dalle dita, un po' per inerzia, un po' per stanchezza, un po' per stupidità. Non capisci che dovresti tenerlo lì con te, che dovresti lottare, metterti in gioco, combattere, e vincere insieme.

Poi, dopo. Dopo tanto tempo, quando per certi rapporti è ormai definitivamente troppo tardi, qualcosa cambia, scatta. Inizi a capire chi è, a trovarti bene davvero. Ad aver voglia di parlargli, di raccontargli, di farti raccontare. Di confidarti, di sapere cosa pensa. E capisci di aver sempre guardato dalla parte sbagliata, e almeno in parte bisogna rimediare.

E va bene, perché per l'amicizia c'è sempre tempo.

domenica 13 gennaio 2013

Perdersi

E' facile perdersi, quando sei sotto esame. Perdersi in tutto. Dietro allo studio, dietro ricerche inutili che però posson sempre servire. Perdersi cercando di sapere qualcosa di più. Ma ormai, manca poco. Domani si riparte, tornare a Parma è uscire dal nido, dopo le vacanze. Si fa tutto più urgente, meno ovattato. Più sveglio, e più stancante. E l'idea di lasciare la mamma dopo tre settimane di stretta convivenza... è difficile, più che dopo uno dei soliti week end.

Ma sotto esame, ti perdi un po' dietro a tutto. Meno energie mentali, grande stanchezza, ti portano a vagheggiare di più. A perderti dietro tanti pensieri che si accavallano, tanti sogni...anche per questo il raccontino si è fermato, per ora. E anche un po' le letture.

Amo questo blog. E so che anche lì fuori lo apprezzate. Ieri, un contatto che mi ha fatto felice. Vi dirò di più ;)

lunedì 10 dicembre 2012

Il presente

... "ciò che mi appartiene si trova qui, e succede ora".

è forse il messaggio che più ho sentito di dover far mio tra quelli trasmessi da Silvia Longo ne Il tempo tagliato.
Io, che sono sempre stata una di quelle che, come dice Ligabue, vuol solo passare ad un altro rimpianto, ho deciso di ripartire.

Senza fretta, ma con calma, decisione e fermezza. è bastato poco, alla fine, a farmi capire che era ora che ricominciassi a vivere nel presente, a guardare avanti. O forse semplicemente intorno, invece che continuare a voltarmi verso un passato che non aveva le caratteristiche sfavillanti oppure nerissime che gli avevo attribuito.
Sono sempre stata la regina della riflessione, del ripensamento, dell'idealizzazione di ciò che è accaduto. O viceversa, ho sempre colorato di nero gli avvenimenti tristi, costruendomi addosso una corazza di protezione più spessa di quella di cui avrei avuto bisogno.
Se stai chiusa nella corazza non ti disturba nessuno, certo. Non corri rischi, non dai fiducia a nessuno... Ma non è mica sufficiente, per star bene davvero. Forse per non piangere, ma non per essere felici.

e quindi, ... "ciò che mi appartiene si trova qui, e succede ora".  E io sono qui per viverlo.

martedì 4 dicembre 2012

La bambina senza l'uomo - ultimo (?) atto

La bambina era cresciuta, col passare del tempo. Aveva smesso di truccarsi gli occhi di nero. Aveva smesso di correre a testa bassa nel bosco; aveva smesso di piangere di notte seduta nel prato. Aveva smesso di portare Converse e tacchi a spillo. Aveva imparato a non ingoiare, aveva imparato a rispondere, a sfidare. Non aveva imparato a non rimuginare, a non aspettare, a non soffrire, a soffocare il vuoto dentro.
Non aveva imparato la pazienza, quella mai. Continuava a bruciare tutto, a soffiare emozioni e sentimenti come fumo di sigaretta. Pensava sempre di potersi fidare degli altri come loro si fidavano di lei, senza riserve.

Ma con tutta la speranza, tutta la buona volontà, tutto l'amore, sapeva che sarebbe successo.

Che non avrebbe mai più seguito i suoi passi, osservando la sua nuca morbida, in quei corridoio soffice di legno e moquette. Che non avrebbe mai più osservato il suo sorriso bianco baluginare nel buio, con quell'incisivo appena appena storto, quel tanto che bastava a renderlo più dolce e meno perfetto. Che non avrebbe più accarezzato quelle mani dalle dita sottili, che non sarebbe più rabbrividita a contatto coi suoi piedi gelati. Che non l'avrebbe più visto cercare i calzini nel fondo dei pantaloni. Che non avrebbero più riso insieme di cose insensate, rimandando il momento di separarsi di minuto in minuto. Che lui non l'avrebbe più stretta tra le braccia dondolandosi dolcemente da un piede all'altro, mentre lei gli accarezzava piano la schiena magra sotto la maglietta di cotone. Non le avrebbe più accarezzato i capelli facendole la coda con le mani, non si sarebbe più sdraiato a guardare il soffitto con lei accanto. Quel soffitto opprimente, che lei detestava. Mai più.

Mai più, mai più, mai più.

Eppure, mai più, mai più, mai più... era una cantilena insensata, nella testa della bambina.

come se non avesse ancora capito. come se non le importasse più.

In questo post, l'uomo non c'è.

lunedì 3 dicembre 2012

L'uomo e la bambina - chiarimenti

Di recente, ho parlato con più persone dell'uomo e della bambina. Mi è stato chiesto chi siano.
è difficile dare una risposta univoca, chiara, a questa domanda. è una metafora continua, la loro. Vivono in un luogo che ha qualcosa in comune coi luoghi della mia infanzia, questo sì, assolutamente; ma non sono QUEI luoghi. Non lo sono perché ogni volta aggiungo, tolgo, sforbicio, incollo. Modifico, abbellisco o rendo più tetri. Unisco inserti di altri posti, appendo qualche quadro che lì non ci dovrebbe stare. Si chiama pastiche, o capriccio. Sono luoghi non della fantasia, questo no. Più che altro dell'immaginazione, direi.

La bambina... per semplicità, ho detto che la bambina sono io. Non è esatto, in realtà. La bambina ha tanto in comune con me, è vero. Ma è qualcosa di più e di meno insieme. Di meno, perché è presente a meno avvenimenti: la bambina dorme, quando non la si chiama. Di più, perché vive tutto con più intensità, con più dolore, con più gioia. Tutto è immenso, gigantesco per lei. Idealizza tutto, gode spasmodicamente di ogni secondo che vive, bruciando tutto a velocità supersonica. Non è saggia, non è razionale, non è paziente. Non ha paura di soffire. In questo è diversa da me.

E l'uomo... l'uomo non esiste, al di là delle proiezioni della bambina. è un essere idealizzato, completamente. Ha qualcosa delle persone che lei ha conosciuto, ma piccoli dettagli, non di più. Non esiste un uomo che l'abbia davvero abbracciata così, che sarebbe stato in grado di amarla come lei avrebbe voluto. L'uomo è l'ancora di salvezza della bambina. Loro camminano insieme, abbracciati. Ma non esistono; e lei lo sa. Lui no, ma lei sì. Ed è questo, che le dà la marcia in più.